Un lagotto nel 1600

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Una incredibile scoperta

di Giovanni Morsiani

Come molti di voi sapranno mi occupo da sempre di storia dell’arte antica. Lo studio di questo affascinante ed impegnativo aspetto della nostra cultura, mi ha impegnato negli anni ed occupa tuttora una fetta importante della mia giornata.

In particolare lo studio e la ricerca sugli antichi maestri della pittura e della scultura è fonte quotidiana di nuove conoscenze e rinnovate emozioni.

Un’emozione che è diventata tangibile entusiasmo quando, alcune settimane fa, una mail della professoressa Martuzzi di Parma mi informava circa l’esistenza di un dipinto molto antico riguardante il nostro lagotto. Quale la meraviglia nello scoprire poi che, a differenza delle maggior parte dei dipinti conosciuti ove si trovano raffigurati dei cani, qui il cane in questione ha il ruolo di protagonista assoluto dell’opera. Incredibile vedere riemergere dall’oblio del passato un dipinto bellissimo ove il nostro lagotto, raffigurato in dimensione naturale, è il soggetto stesso della rappresentazione, al centro del quadro, armonico e quasi tangibile nelle forme e nell’aspetto.

Un’emozione indicibile, che spero anche voi tutti vorrete condividere, nel constatare che il cane rappresentato nel quadro (risalente a quasi 400 anni fa) è un lagotto in tutto e per tutto così come lo delinea il nostro standard morfologico moderno. Un cane che, se “tirato giù” dal quadro e “preso al guinzaglio” e portato in un ring di esposizione farebbe tranquillamente bella figura. Corretti i rapporti cranio – facciali, visibile la leggera divergenza, armonici i rapporti testa – tronco – arti, tipica l’espressione e il colore dell’iride, giusta la posizione degli occhi rispetto al cranio, corretta la disgiunzione labiale e la forma del muso, ampio il cranio, di giusta lunghezza il collo, corretta l’altezza dell’arto al gomito, visibilmente corretta la lunghezza del tronco che si indovina senz’altro raccolto, rettilinea la linea dorsale e, dulcis in fundo, praticamente ideale il mantello, perfettamente arricciato ed incurvato ad anello, ben omogeneo su tutte le parti del corpo e, quel che più conta, correttamente acconciato e di appropriata lunghezza. Questo quadro, che non esito a definire una delle più straordinarie scoperte ed anche conferme legate alla nostra razza, rappresenta in pratica una “fotografia” di com’era il Lagotto Romagnolo 4 secoli fa. Emozionante conferma, mi sia concesso affermarlo, della bontà e giustezza del nostro lavoro di recupero durato in pratica un trentennio. Chissà come ne avrebbero gioito mio padre, Francesco Ballotta, Quintino Toschi, Lodovico Babini e tutti coloro che per primi, tanti anni fa, vagheggiarono il riconoscimento ufficiale della razza oggi divenuto una realtà. E che smacco per quei “poveri di spirito” che troppo presto e molto imprudentemente s’affrettarono a definire il nostro Lagotto Romagnolo come un piccolo “bastardo” dal pelo arricciato.

Venendo al dipinto è ben visibile l’intento del pittore, certamente un grande maestro, di delineare una scena domestica ove il cane gioca il ruolo del protagonista assoluto. L’uomo che indica il lagotto e con l’altra mano lo cinge amorevolmente in segno di affettuoso possesso è nientemeno che il celeberrimo Guercino (Giovanni Francesco Barbieri nato a Cento di Ferrara nel 1591 e morto a Bologna nel 1666), considerato uno dei più grandi maestri della pittura italiana ed europea del ‘600. Egli fa parte, assieme ai tre Carracci e a Guido Reni, di quella straordinaria Scuola Bolognese del ‘600 che riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo e nell’affermarsi della pittura italiana del periodo barocco. La donna rappresentata a sinistra potrebbe essere la sorella anziana del Guercino, Lucia, o addirittura la madre o la nutrice. La donna, coi tratti rustici e vissuti di una popolana abituata ai lavori pesanti, porta in braccio un piccolo gatto nero e appese alla cintura alcune chiavi, tipiche dell’epoca, riferibili ad antiche porte o mobili di quel tempo. Una rappresentazione domestica realizzata con l’affetto di chi voleva fermare un attimo di vita in famiglia ove ciascuno si faceva ritrarre col proprio animale preferito.

L’expertise del dipinto realizzata dal prof. Giancarlo Sestieri di Roma (uno dei massimi esperti di questo fondamentale periodo della pittura italiana) attribuisce l’opera alla bottega stessa del Guercino con particolare riferimento al nipote del maestro, Benedetto Gennari (figlio della sorella e valente pittore egli stesso) o probabilmente al fratello minore del Guercino Paolo Antonio.

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